Il duello mancato tra Walter e Silvio
di CONCITA DE GREGORIO
Uno dopo l’altro anziché uno davanti all’altro. Una staffetta senza passaggio di testimone, neppure un incrocio di sguardi. Di più, nella nostra tv, non si può avere: Berlusconi non vuole il faccia a faccia con Veltroni perciò i due marciano in fila indiana, uno alla volta, prima uno poi l’altro senza pausa pubblicitaria. Nello studio tv una scena surreale, mai vista prima probabilmente su nessuno schermo del globo.
Le telecamere inquadrano Berlusconi che esce dalla porta sul retro mentre Veltroni entra da quella davanti, i quattro giornalisti chiamati a intervistarli restano seduti ai loro posti così come Giuliana Del Bufalo direttore di Rai Parlamento nella sua giacchetta rossa intonata al tavolo. Sembra una seduta di laurea, senza applausi però. “Sembra il dentista”, si innervosisce Berlusconi scontento fin dal principio per via della polemica del giorno, quella che lo oppone al Quirinale: “Sono sempre i giornalisti a strumentalizzare”, si lamenta con gli intervistatori un attimo prima di iniziare: “Anche sulle donne ero stato così attento, l’altro giorno, a dire che sono domine e padrone della casa”.
Perseguitato dalla stampa nemica, ecco come si sente Berlusconi, e poi circondato da istituzioni ostili: “Confermo, non è un’opinione è la realtà: sono tutte a sinistra”. Inoltre un dettaglio tecnico per lui non secondario: “Chi va in onda dopo di me avrà il vantaggio di avermi già ascoltato”. Alla stessa ora su altro canale va in onda Roma-Manchester, circostanza che potrebbe minimizzare la portata della contesa. Niente affatto invece.
Nervosissimo lo staff di Berlusconi presidia il territorio di Saxa Rubra fin dalle otto, ci sono accordi ferrei per non fare incontrare i leader e per tenere lontana la stampa non-Rai, la palazzina B dove si svolge la trasmissione in diretta è trasformata in una specie di Città proibita alla quale si accede solo fino a mezz’ora prima e su visita guidata, accompagnati e controllati da alti funzionari.
Una troupe di Ballarò gira gli esterni. David Sassoli e Maurizio Mannoni si affacciano dalle rispettive stanze scendono a vedere che succede. Tutto il paese Rai esce nei vialetti. Si vedranno? Si parleranno? Non è mai successo in campagna elettorale: sarà oggi?
Escluso, non è oggi. Veltroni non ha manifestato il desiderio di intrattenersi con Berlusconi, verrà dunque fatto accomodare qui dove ora c’è un maggiordomo in livrea che prepara le pizzette e poi fatto salire al primo piano dalla scala di destra. Berlusconi non ha fatto sapere di volersi fermare a stringere la mano a Veltroni perciò l’auto lo raccoglierà subito fuori dall’uscita secondaria. Nessuno dei due ha bisogno di trucco. Berlusconi arriva già truccato da casa, non si fida di mani ignote né di luci non devote. Ecco difatti l’ispettore dei faretti, già operatore Mediaset oggi alto collaboratore del leader.
Ecco il regista al seguito quello che firmò negli anni d’oro Colpo Grosso. Ecco il fotografo personale del leader che si presenta declinando le generalità: Anticoli Livio. Causa traffico partita arriva con un filo di ritardo persino il Suv Chevrolet con vetri oscurati e sei body guard con auricolare a bordo che apre la strada alla berlina del leader del Popolo delle libertà.
Cinque minuti alle nove, si comincia. Berlusconi ha un tappeto di capelli compatti che gli disegnano sul cranio una sagoma come quella di Diabolik ed ha cambiato cravatta. Non è più quella a pois degli ultimi dieci anni, questa è azzurro acceso quasi viola con disegni cachemire rossi, devono avergli detto che è più giovanile.
Tuttavia il taglio della giacca l’impostazione oratoria, i lunghi monologhi e i sorrisi forzati ne denunciano ciò che anche Veltroni fra poco non mancherà di ricordare: l’età, lo stile da imprenditore anni Cinquanta quello che dice con orrore “la sinistra è radicata nell’ortodossia marxista” e poi si rivolge a Bonaiuti, suo sottoposto già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, spazientendosi davanti ai microfoni aperti: “Ma dov’è Bonauti quando serve deve sempre andare al bagno”.
Nel merito rilevante solo il passaggio sui precari, che secondo Berlusconi in Italia non esistono: sono appena il 12 per cento e quasi tutti (per l’esattezza l’80 per cento del 12) destinati ad essere assunti a tempo indeterminato. “I giovani siano imprenditori di se stessi”, fine della questione. Unica notizia politica: le porte aperte a Casini ove mai decidesse di tornare. Lo scambio di accuse ascoltato fin qui esi vede che era per gioco. Veltroni arriva che Berlusconi sta già parlando da un quarto d’ora. Lo accompagnano in quattro: Roscani, Verini, Coldagelli e Martino.
Al loft c’è una squadra che sta seguendo la trasmissione, pronta ad intervenire in caso di bisogno di notizie o suggerimenti. Non mangia pizzette, non passa al trucco, sale al primo piano a guardare la tv. Ha una giacca più chiara e una cravatta più scura del suo avversario. I bottoni della camicia slacciati. Se Berlusconi esce stizzito dicendo sembra di essere dal dentista avanti il prossimo anche lui entra con una battuta, “ciao Giuliana, come mi devi chiamare? Come vuoi, anche eccellenza”.
È disinvolto, parla a bassa voce, guarda in camera. Dice che i precari esistono, che l’immondizia a Napoli non è un problema di ieri e l’Alitalia neppure. Parla di talenti, di semplicità e di una Bocconi al sud per fare una gioventù migliore. E’ contento, quando esce. “Per me vinciamo, ma vinciamo perché abbiamo un lavoro da fare e io mi fido degli italiani. Davvero: mi fido di loro. La cosa peggiore che può capitare a questo paese è di continuare cosi”.
(2 aprile 2008) repubblica.it



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