Wednesday, September 8, 2010 10:45

Se ritorna il porto delle nebbie…

Scritto da: Mr.Wolf, lunedì, 9 giugno 2008 alle 11:22
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di GIUSEPPE D’AVANZO

IL GOVERNO italiano può dichiarare una “guerra segreta” in violazione della Costituzione (art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”)? A quanto pare, sì.
Nel dicembre del 2001, il governo italiano e l’allora ministro della Difesa, Antonio Martino, autorizzano l’intelligence militare (il Sismi di Nicolò Pollari) a pianificare, con funzionari della Difesa del governo americano, “azioni distruttive” utili a “un cambio di regime” in Iran. Lo documenta il Select Committee on Intelligence, la commissione bilaterale di controllo del Parlamento sulle attività dei Servizi Usa.

Anche dalle nostre parti, vive un comitato analogo, con gli stessi oneri. Nella nuova formula prevista dalla recente riforma (3 agosto 2007), si chiama “Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica” (lo presiede Francesco Rutelli). L’art. 30 ne definisce le responsabilità: “Il Comitato verifica, in modo sistematico e continuativo, che l’attività del Sistema di informazione per la sicurezza si svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi, nell’esclusivo interesse e per la difesa della Repubblica e delle sue istituzioni”.

Ora, dopo aver letto le 52 pagine del Parlamento americano, ci si sarebbe aspettati un fiato, una parola, una pubblica dichiarazione. Con sprezzo del pericolo, addirittura un’interrogazione parlamentare o per lo meno – non fosse altro per dovere istituzionale (“verifica in modo sistematico”) – l’annuncio della convocazione del neonato “Comitato per la sicurezza della Repubblica”. Invece niente, il silenzio. Un silenzio rumorosissimo che lascia dietro di sé il dubbio che qualcosa non funziona nell’impianto di checks and balances della Repubblica.

Il Parlamento dovrebbe essere contrappeso dei poteri dell’Esecutivo. Nel Parlamento, l’Opposizione dovrebbe vigilare sulle mosse della Maggioranza. Su tutto dovrebbe valere la parola della Costituzione. Se il sistema s’inceppa in modo così singolare anche di fronte a prove ed ammissioni, non c’è da essere sereni per il futuro. Di solito a questo punto si pensa la solita cosa: per fortuna, esiste il controllo di legalità che la Costituzione assegna alla magistratura.

E, in effetti, un ufficio giudiziario avrebbe dovuto accertare, nel colpevole silenzio della politica, gli abusi e le illegalità dell’intelligence del II e III governo Berlusconi. La procura di Roma ha in carico, infatti, le indagini sull’ufficio Depistaggi&Manipolazioni di via Nazionale 230, Roma. Come forse si ricorderà, nelle 11 stanze dell’appartamento “segreto”, Nicolò Pollari sistema una suo dirigente fidatissimo, Pio Pompa, che colleziona migliaia di dossier e appunti riservati destinati “all’attenzione del Direttore” (9.820 documenti informatici; 396 files che coinvolgono almeno quattro procure, Milano, Torino, Roma, Palermo e 203 giudici – 47 italiani – di 12 Paesi europei; 329 files “non riconducibili ad attività istituzionali”). È da tempo che non si nutrono attese per l’esito di quest’indagine, ma solo un mago avrebbe potuto prevederne un esito che sorprende, imbarazza, umilia la fiducia nella magistratura.

Dunque, le scatole dei dossier irregolari non erano state ancora spacchettate del tutto e già, nel luglio del 2007, il procuratore Ferrara e il sostituto Saviotti si precipitano in Parlamento a dichiarare che quelle “carte” documentano, è vero, “la natura illegale” delle schedature, ma non “notizie idonee in sé a ricattare o intimidire gli obiettivi del lavoro di dossieraggio”.

Il giudizio è alquanto precipitoso. Sollecita cattivi pensieri, soprattutto perché in contrasto con le accertate campagne di stampa denigratorie organizzate contro un drappello di magistrati con il materiale fangoso raccolto dall’”ufficio riservato” di Pollari, rilanciato poi nelle aule del Parlamento dalla maggioranza di governo, riproposto infine dall’allora ministro di Giustizia Castelli.

È il caso, per fare un solo esempio, dell’offensiva politico-mediatica che investe tre magistrati (Perduca, Vaudano, Piacente) già destinati all’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf). Le perplessità della vigilia trovano spiacevole conferma ora che la Procura di Roma ha chiuso le indagini (firmano in tre, il procuratore Ferrara, l’aggiunto Ionta, il sostituto Saviotti). A Pollari e al suo fidato dirigente sarà contestato il reato di peculato: punisce il pubblico ufficiale che si appropria di “una cosa pubblica”.

Nel nostro caso, i computer, i documenti del Servizio, il telefono, le stanze di via Nazionale, forse. Pena prevista – l’uso improprio della “cosa” è “momentaneo” – da sei mesi a tre anni di reclusione. Con l’indulto, una bolla di sapone e hanno ragione gli avvocati di Pollari a dire che “la montagna ha partorito un topolino”.

Qui, quel che conta non è la possibile severità della sanzione, ma le ragioni che sostengono le conclusioni della Procura. È vero, dicono le tre toghe, quel Pompa “acquisiva informazioni” e “redigeva analisi”, ma le informazioni erano “insignificanti” e “le analisi faziose”, comunque non tali da far ipotizzare la calunnia o altri reati perché, “anche se diffamatori”, quei testi non “travalicavano la sfera oggettiva del suo referente diretto”. Un modo contorto per dire che finivano soltanto nelle mani di Pollari, “il Capo”.

L’argomento dei tre pubblici ministeri dimentica e cancella la verità di fatti accertati. Non è un argomento abile o scaltro. È soltanto spudorato, di quella sfrontatezza che lascia capire come, nella Procura di Roma di oggi, una volta definita con disonore “il Porto delle Nebbie”, siano indifferenti a che cosa si può pensare di loro, a che cosa si possa pensare della loro autonomia, indipendenza, imparzialità.

Un solo esempio per capire. Giugno del 2006. Pompa chiede a Renato Farina, un giornalista pagato dal Sismi (è illegale), di scrivere una cronaca contro Romano Prodi, di cacciare il nome del presidente del Consiglio nella faccenda delle extraordinary rendition come il solo responsabile politico della svendita della sovranità nazionale (la Cia ha sequestrato a Milano un cittadino egiziano, si sospetta con l’aiutino del Sismi). “Ti mando un documento, poi ti dico come fare…”, dice Pompa a Farina.

L’articolo è pubblicato venerdì 9 giugno 2006. Pagina 13 di Libero. Titolo: “Sorpresa, dietro le missioni Cia il visto di Prodi”. Sommario: “Rivelazione. Gli spostamenti dei servizi americani per catturare terroristi nel Vecchio Continente non sono state avallate da Berlusconi, come sostiene il Consiglio d’Europa, ma dalla commissione guidata dal Professore”.

L’operazione e il metodo di lavoro sono espliciti. Il creatore di favole bugiarde di via Nazionale estrae un documento dal suo archivio. Ne manipola il significato, addirittura la traduzione. Ordina al giornalista ingaggiato di deviare l’attenzione della pubblica opinione dalle responsabilità del governo Berlusconi alle decisioni di Romano Prodi. Farina esegue. Pompa racconta il buon esito della manovra al suo Capo che ascolta soddisfatto. Anche in questo caso la menzogna non “travalica la sfera oggettiva del referente diretto”? Per una Procura, che deve aver messo nel conto di vedere pregiudicata la sua credibilità, Pollari e il suo uomo devono rispondere soltanto dell’uso improprio del telefono. L’infamia pubblica che hanno riversato su Prodi, capo del governo? Per i tre pubblici ministeri deve essere stata soltanto un’irrilevante birbonata.

(9 giugno 2008) Fonte: www.repubblica.it


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